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Sun & Sea (Marina): la crisi climatica osservata da una balconata

Una spiaggia artificiale vista dall’alto, tredici voci e una quotidianità apparentemente innocua: l’opera-performance lituana trasforma il punto di vista dello spettatore in uno strumento per leggere la crisi climatica.

24 Luglio 2026 · 10:58 · 8 minuti

In Sun & Sea (Marina) il pubblico osserva dall’alto bagnanti distesi, bambini, cani e piccoli gesti di vacanza. Le canzoni parlano di stanchezza, viaggi e consumo mentre il disastro ambientale affiora senza diventare spettacolo. La forza dell’opera nasce dal contrasto tra distanza visiva, vicinanza sonora e normalità dei comportamenti.

Il pubblico non entra in spiaggia. La guarda dall’alto. Sotto la balconata, su uno strato di sabbia artificiale, alcune persone prendono il sole, leggono, giocano, si spalmano la crema, sorvegliano bambini e cani. La scena sembra appartenere a un giorno qualunque di vacanza. Poi i bagnanti iniziano a cantare.

Sun & Sea (Marina), opera-performance di Rugilė Barzdžiukaitė, Vaiva Grainytė e Lina Lapelytė, rappresentò la Lituania alla Biennale Arte di Venezia del 2019 e ricevette il Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale. La giuria sottolineò l’uso inventivo dello spazio e la capacità dell’opera di costruire una critica del tempo libero e della contemporaneità attraverso performer e volontari che impersonano persone comuni.

La crisi climatica è presente, ma non viene mostrata attraverso catastrofi spettacolari. Non compaiono foreste in fiamme, città sommerse o grafici sulle emissioni. Affiora invece nelle parole, nei desideri e nelle abitudini di chi riposa. L’opera chiede come sia possibile percepire un disastro lento mentre la vita quotidiana continua a sembrare normale.

Una spiaggia costruita per essere vista dall’alto

Alla Biennale, l’installazione occupava un edificio della Marina Militare. La scena era collocata al piano inferiore, mentre gli spettatori percorrevano un ballatoio sopraelevato. Questa disposizione produceva immediatamente una separazione: i bagnanti condividevano lo stesso spazio fisico del pubblico, ma non lo stesso livello.

La regia di Barzdžiukaitė trasforma la balconata in un dispositivo percettivo. Dall’alto, i corpi diventano una composizione di teli, costumi, oggetti e movimenti minimi. La spiaggia appare insieme reale e artificiale: abbastanza credibile da evocare il turismo balneare, abbastanza dichiaratamente costruita da impedire l’illusione completa.

Lo spettatore può osservare dettagli intimi senza essere coinvolto nella stessa situazione. Vede posture, oggetti e comportamenti che normalmente sarebbero percepiti lateralmente, dalla stessa altezza. La vista verticale produce una forma di controllo, ma anche di impotenza. Chi guarda comprende la scena nel suo insieme e tuttavia non può modificarne il corso.

La distanza dello sguardo e la vicinanza della voce

La separazione visiva viene contraddetta dal canto. Le voci attraversano lo spazio e raggiungono il pubblico con una prossimità che i corpi non possiedono. Il libretto di Vaiva Grainytė alterna pensieri ordinari, ricordi di viaggio, piccoli fastidi, desideri di benessere e segnali ambientali.

Non esiste un unico personaggio incaricato di spiegare la crisi. Il significato emerge dalla somma di prospettive parziali. Una persona parla della propria stanchezza, un’altra del turismo, un’altra ancora di condizioni atmosferiche insolite o di oggetti di consumo. Ogni frase può sembrare innocua; il loro accumulo rivela un sistema.

La musica di Lina Lapelytė evita di trasformare il testo in denuncia declamata. Le linee vocali sono spesso limpide, cantabili, persino rilassanti. La piacevolezza non attenua il contenuto: lo rende più inquietante. Il pubblico può essere attratto dalla bellezza sonora mentre riconosce nelle parole la normalità che alimenta il problema.

Il clima non interrompe la vacanza

Molte rappresentazioni della crisi ambientale costruiscono un prima ordinario e un dopo catastrofico. Sun & Sea lavora invece sulla simultaneità. Il piacere della vacanza, la fatica del lavoro, il desiderio di viaggiare e il deterioramento del pianeta appartengono allo stesso presente.

La spiaggia è un luogo particolarmente efficace per questa sovrapposizione. È associata al riposo, al consumo di tempo libero e alla ricerca di un clima favorevole; è anche uno spazio esposto all’erosione, al riscaldamento e all’inquinamento. Nell’opera, il paesaggio non è naturale: viene trasportato dentro un edificio e mantenuto come immagine artificiale di benessere.

Il disastro non arriva a interrompere la scena perché è già incorporato nei comportamenti. Voli, turismo, plastica, caldo e desiderio di comfort compaiono come elementi di una quotidianità riconoscibile. L’opera non divide nettamente colpevoli e vittime. Mostra persone immerse in un sistema che produce piacere e danno attraverso gli stessi gesti.

Il tempo libero come lavoro scenico

I performer devono rappresentare l’assenza di azione. Stare sdraiati, leggere, giocare o attendere sembrano attività spontanee, ma in scena richiedono controllo e ripetizione. La vacanza diventa una coreografia di microgesti.

Alla Biennale la performance veniva presentata per molte ore in giornate stabilite. Il pubblico poteva arrivare in momenti differenti e restare quanto desiderava. Questa struttura riduceva l’idea di un inizio obbligatorio e di un finale risolutivo. La spiaggia appariva come un ambiente già attivo prima dell’arrivo dello spettatore e destinato a continuare dopo la sua partenza.

La durata modifica il significato della ripetizione. Un gesto isolato appare insignificante; reiterato per ore, diventa parte di un sistema. Lo stesso vale per le abitudini ambientali. La crisi non deriva soltanto da eventi eccezionali, ma dall’accumulo di azioni considerate troppo piccole per essere percepite singolarmente.

Tredici voci senza protagonista assoluto

La documentazione della Biennale definisce l’opera una performance lirica per tredici voci. Questa pluralità impedisce di concentrare il conflitto in un eroe. I personaggi non affrontano una prova comune né raggiungono una consapevolezza conclusiva. Restano persone diverse, unite temporaneamente dallo stesso paesaggio e da condizioni che superano ogni esperienza individuale.

Il coro non cancella le differenze. Le voci solistiche conservano caratteri, desideri e preoccupazioni; quando si sovrappongono, producono una percezione collettiva che nessun personaggio possiede da solo. Il pubblico comprende più della singola figura perché ascolta simultaneamente punti di vista che, nella realtà, rimarrebbero separati.

Questa asimmetria è fondamentale. Gli spettatori vedono l’intera spiaggia e ascoltano l’insieme dei segnali, mentre i bagnanti sembrano assorbiti dalla propria esperienza. La posizione superiore non coincide però con una superiorità morale. Chi guarda appartiene allo stesso sistema di turismo, consumo e distrazione rappresentato sotto di lui.

Una critica senza immagine apocalittica

La Biennale descrisse l’opera come una critica del tempo libero e del presente. La sua efficacia dipende dalla rinuncia alla spettacolarizzazione della catastrofe. L’immagine dominante resta piacevole: sabbia chiara, costumi, corpi rilassati, canzoni armoniose.

Questa scelta evita una reazione immediata di difesa. Lo spettatore non può relegare il problema a un futuro estremo o a un luogo lontano, perché riconosce azioni comuni e desiderabili. L’opera non chiede soltanto di compatire un ambiente danneggiato. Chiede di osservare come il danno possa convivere con il comfort.

La tensione nasce anche dal fatto che la spiaggia artificiale è contenuta in un edificio. Il clima è evocato senza vento, mare o sole reale. L’ambiente viene prodotto tecnicamente come scenografia, proprio come molte esperienze turistiche cercano di rendere disponibili condizioni ideali indipendentemente dal luogo e dalla stagione.

Che cosa cambia quando si guarda dall’alto

Il punto di vista non è un dettaglio dell’allestimento: è la tesi spaziale dell’opera. Guardare dall’alto consente di cogliere la struttura, ma trasforma le persone in figure osservate. Lo spettatore oscilla tra empatia e distacco, identificazione e sorveglianza.

La balconata ricorda la prospettiva di una telecamera, di una mappa o di un modello. La crisi climatica viene spesso conosciuta attraverso visioni dall’alto: immagini satellitari, mappe termiche, grafici globali. Queste rappresentazioni rendono leggibili fenomeni vasti, ma possono allontanarli dall’esperienza corporea.

Sun & Sea unisce le due scale. Lo spettatore vede una popolazione dall’alto, ma ascolta respiri, voci e pensieri individuali. La distanza analitica e la prossimità emotiva non vengono risolte; restano attive contemporaneamente.

Un’opera che cambia con il luogo

Dopo Venezia, il progetto è stato presentato in numerose città e spazi differenti. Il sito ufficiale documenta una lunga tournée internazionale. Ogni riallestimento deve ricostruire la relazione verticale tra pubblico e spiaggia, adattando l’opera ad architetture che non coincidono con il Magazzino 42.

Questa mobilità produce un paradosso dichiarato. Un’opera dedicata alle conseguenze ecologiche del consumo e del turismo viaggia attraverso il circuito culturale internazionale. Il limite non invalida automaticamente il progetto, ma impedisce di considerarlo esterno alle contraddizioni che analizza.

La forza della struttura sta nella sua capacità di rendere visibile proprio questa implicazione. Nessuno osserva la spiaggia da una posizione innocente. Artisti, istituzioni, performer e pubblico partecipano a sistemi di mobilità, produzione e consumo. L’opera non offre una purezza alternativa; costruisce un luogo nel quale riconoscere la contraddizione.

Come osservare Sun & Sea

Guarda prima la composizione generale. Nota come teli, corpi e oggetti distribuiscono il colore e come i movimenti minimi modificano lentamente l’immagine.

Poi segui una singola voce. Cerca di collegare il canto a un corpo preciso. La distanza rende questa operazione meno immediata e mostra quanto facilmente un individuo possa confondersi nella massa.

Ascolta il passaggio dal dettaglio al sistema. Una frase su un viaggio o un oggetto sembra privata; altre frasi la trasformano in parte di una struttura ambientale e sociale.

Osserva la tua posizione. La balconata ti permette di sapere più dei personaggi, ma non ti separa dai loro comportamenti.

Non aspettare l’apocalisse. Il centro dell’opera è precisamente l’assenza di una rottura spettacolare. Il problema emerge mentre tutto continua.

La normalità come forma del disastro

Sun & Sea (Marina) risponde alla difficoltà di rappresentare la crisi climatica evitando sia la lezione esplicativa sia l’immagine catastrofica. Progetta una situazione nella quale il pubblico vede dall’alto una quotidianità piacevole e ascolta, progressivamente, ciò che quella quotidianità contiene.

La spiaggia non è soltanto il soggetto dell’opera. È una macchina percettiva che mette in relazione spazio, corpo, voce e durata. La crisi diventa udibile attraverso piccoli pensieri e visibile attraverso gesti che non sembrano eccezionali.

Il risultato è inquietante perché non presenta un mondo già distrutto. Presenta un mondo ancora confortevole, ancora cantabile, ancora capace di vacanza. E mostra che proprio questa continuità può essere la forma più difficile da riconoscere del disastro.

Fonti e approfondimenti

  1. Biennale di Venezia — Padiglione LituaniaScheda ufficiale con autrici, luogo, organico, calendario e descrizione dell’opera.
  2. Biennale di Venezia — Premi ufficiali 2019Fonte ufficiale per il Leone d’Oro e la motivazione della giuria.
  3. Sun & Sea — Sito ufficialeDescrizione dell’opera e archivio delle presentazioni internazionali.
  4. Sun & Sea — Biennale di Venezia 2019Documentazione ufficiale del cast, del luogo e delle modalità di presentazione veneziane.
  5. Sun & Sea — TeamAttribuzioni delle funzioni artistiche e descrizione della pratica collaborativa.
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