Il pelapatate OXO Good Grips non si limita a essere più comodo: ridistribuisce forza, presa e controllo attraverso forma e materiale. La sua storia chiarisce perché progettare per chi incontra maggiori difficoltà può migliorare l'esperienza di tutti.
Un pelapatate tradizionale chiede alla mano di adattarsi a lui. Il manico è spesso sottile e duro; per controllare la lama bisogna stringere con precisione, mantenere il polso stabile e compensare ogni piccola rotazione. Finché la forza e la mobilità sono sufficienti, il problema resta quasi invisibile. Quando compaiono dolore, artrite o riduzione della presa, lo stesso oggetto rivela improvvisamente quanto fosse esigente.
Alla fine degli anni Ottanta Sam Farber osservò sua moglie Betsey, architetta e appassionata di cucina, mentre faticava a usare un pelapatate a causa dell’artrite alle mani. Da quella scena nacque il programma progettuale che avrebbe portato alla linea OXO Good Grips, sviluppata con lo studio newyorkese Smart Design. La domanda non era come rendere più elegante un utensile già noto, ma come ridurre la quantità di forza, precisione e adattamento richiesta all’utente.
Il risultato più riconoscibile fu un manico largo, ovale, morbido e antiscivolo. Una soluzione apparentemente semplice, ma capace di modificare il rapporto tra corpo, materiale e gesto. Good Grips è diventato un caso classico di design inclusivo perché mostra che l’accessibilità non consiste necessariamente nell’aggiungere una funzione speciale: può emergere dalla ridefinizione della forma ordinaria dell’oggetto.
Il problema non era la lama
Il pelapatate svolge un compito elementare: una lama deve scorrere sulla superficie di un alimento rimuovendone uno strato sottile. Eppure il successo dell’azione dipende da un sistema complesso di microdecisioni corporee. La mano deve orientare l’utensile, dosare la pressione, resistere allo scivolamento e correggere il movimento mentre l’alimento cambia forma.
Nei modelli con impugnatura stretta, gran parte di questo controllo si concentra nelle dita. La presa tende a essere più chiusa e la pressione si distribuisce su una superficie ridotta. Per una persona con dolore articolare, debolezza o mobilità limitata, il costo fisico aumenta. Ma lo stesso meccanismo può affaticare anche una mano senza patologie quando il gesto viene ripetuto a lungo o quando è bagnata, fredda o sporca.
Farber e Smart Design spostarono quindi l’attenzione dalla parte tagliente all’interfaccia tra utensile e corpo. Il problema non era soltanto fare una lama migliore, ma progettare un contatto migliore. Questa scelta è centrale: definisce il design non come finitura dell’oggetto, bensì come organizzazione delle condizioni d’uso.
Una forma che ridistribuisce lo sforzo
Il manico Good Grips è largo e ovale. La sezione maggiore consente alla mano di avvolgerlo senza chiudersi completamente; la forma ovale aiuta a percepire l’orientamento dell’utensile e limita la tendenza a ruotare nel palmo. Il controllo non dipende più soltanto dalla pressione delle dita, ma dal contatto con una parte più ampia della mano.
Il materiale completa la geometria. Il Museum of Modern Art descrive l’impugnatura come realizzata in elastomero termoplastico, una gomma sintetica morbida modellabile, attraversata da incisioni simili a branchie per facilitare la presa. Non è un rivestimento decorativo: aumenta l’attrito e rende il manico più tollerante alle variazioni di forza e posizione.
Il punto non è che l’utensile elimini ogni sforzo. Piuttosto, sposta il lavoro da una presa stretta e concentrata a una presa più ampia e distribuita. Una mano con minore forza può controllarlo meglio; una mano forte può usarlo senza dover dimostrare continuamente quella forza. La forma rende l’oggetto meno selettivo.
Progettare con gli utenti, non soltanto per loro
Secondo la documentazione del Cooper Hewitt, il progetto non si basò su un’intuizione isolata. Il gruppo parlò con consumatori, cuochi e membri di un’associazione newyorkese dedicata all’artrite, osservando anche i difetti degli utensili esistenti: metallo che arrugginiva, plastiche che si rompevano e impugnature scomode.
Questo passaggio cambia il significato della parola ergonomia. Non si tratta soltanto di applicare misure medie del corpo umano. La media può nascondere proprio le persone che incontrano maggiore difficoltà. Coinvolgere utenti con capacità differenti permette invece di osservare dove un oggetto impone requisiti non dichiarati: quanta forza presuppone, quanta precisione pretende, quali posture considera normali.
Good Grips fu quindi sviluppato attraverso ricerca, prototipazione, materiali e processi produttivi, non come semplice correzione finale. Smart Design ricorda che il lavoro coinvolse fattori umani, progettazione industriale, ingegnerizzazione e design per la produzione. L’inclusività del risultato dipende anche da questa continuità: il principio ergonomico doveva sopravvivere al passaggio dal prototipo all’oggetto di serie.
Il design inclusivo evita l’etichetta medica
Un ausilio specializzato può essere essenziale, ma spesso comunica esplicitamente la condizione per cui è stato progettato. Good Grips seguì un’altra strada. Gli utensili non furono presentati come prodotti esclusivamente destinati a persone con artrite; entrarono nel mercato generale della cucina come strumenti più facili e piacevoli da usare.
Questa decisione produce un effetto sociale oltre che funzionale. L’utente non deve scegliere un oggetto che segnali una differenza o una perdita di capacità. Può acquistare lo stesso utensile scelto da persone con esigenze molto diverse. Il progetto trasforma l’accessibilità da eccezione visibile a qualità ordinaria.
Il MoMA considera il pelapatate un esempio di universal design proprio perché la soluzione nata per chi aveva maggiori difficoltà si dimostrò vantaggiosa per una platea molto più ampia. Il concetto va però inteso con cautela: nessun oggetto è davvero universale e nessuna forma può rispondere a tutte le capacità, dimensioni della mano o modalità d’uso. Il valore del caso OXO non sta nella promessa di servire chiunque, ma nell’aver allargato concretamente l’intervallo degli utenti possibili.
Una famiglia di oggetti, non un colpo isolato
Il manico non rimase legato al solo pelapatate. La stessa logica venne adattata a coltelli, apriscatole, forbici e altri utensili. Questa estensione mostra che Good Grips non fu semplicemente la forma fortunata di un prodotto, ma un sistema progettuale.
Un elemento comune costruiva riconoscibilità, ma doveva essere calibrato rispetto a gesti differenti. Tirare una lama verso di sé, premere due leve, ruotare un apriscatole o tagliare con un coltello non richiedono la stessa postura. La coerenza della linea non poteva consistere nel copiare meccanicamente un unico manico; doveva mantenere gli stessi principi di comfort, controllo e riduzione dello sforzo attraverso oggetti diversi.
Smart Design sottolinea inoltre che la condivisione di un’impugnatura tra più prodotti offriva vantaggi economici e produttivi. Qui inclusività e industrializzazione non appaiono come forze opposte. La standardizzazione, spesso accusata di cancellare le differenze, può diventare uno strumento per diffondere su larga scala una soluzione più accessibile, purché lo standard sia costruito a partire da una varietà reale di utenti.
Il successo commerciale non prova tutto
La diffusione di Good Grips e il suo ingresso nelle collezioni di istituzioni come MoMA e Cooper Hewitt confermano l’importanza storica del progetto. Ma il successo commerciale, da solo, non dimostra che un oggetto sia inclusivo. Un prodotto può vendere molto perché è riconoscibile, ben distribuito o sostenuto da una comunicazione efficace.
Nel caso OXO, la tesi più solida si trova nella corrispondenza tra problema, decisione ed effetto. Il problema era l’eccessiva richiesta di forza e precisione; le decisioni furono ampliare il manico, scegliere una forma ovale, usare un materiale morbido e antiscivolo e coinvolgere utenti con capacità differenti; l’effetto fu rendere la presa più stabile e meno dipendente dalla chiusura delle dita.
È questa catena verificabile, più della fama dell’oggetto, a renderlo un riferimento. Il design inclusivo non si riconosce dall’aspetto benevolo né dalle intenzioni dichiarate, ma dalla capacità di individuare una barriera e ridurla attraverso scelte concrete.
Che cosa insegna oggi il pelapatate
Good Grips invita a osservare gli oggetti quotidiani chiedendo non soltanto che cosa fanno, ma che cosa pretendono dal corpo. Un tappo richiede forza di torsione; un’interfaccia richiede precisione visiva; una sedia presuppone una certa mobilità; una confezione impone una sequenza di gesti. Molte esclusioni restano nascoste perché vengono scambiate per caratteristiche inevitabili dell’uso.
Il progetto di Farber e Smart Design mostra un metodo: partire dal punto in cui l’esperienza si interrompe, ascoltare chi incontra quella barriera, tradurre l’osservazione in requisiti e verificare che la soluzione non crei una nuova separazione. In questo senso, progettare per i margini non significa restringere il pubblico. Significa scoprire requisiti che il centro poteva permettersi di ignorare.
Il manico largo di Good Grips cambia chi può cucinare perché non chiede all’utente di superare l’oggetto. È l’oggetto ad avvicinarsi alla varietà dei corpi. La sua lezione più durevole non è una specifica forma da imitare, ma un rovesciamento di responsabilità: quando un gesto quotidiano diventa difficile, il limite non appartiene automaticamente alla persona. Può appartenere al progetto.
Fonti e approfondimenti
- MoMA — Good Grips PeelerScheda ufficiale dell'oggetto con data, materiali, dimensioni e descrizione del principio di universal design.
- Cooper Hewitt — User-Inspired DesignRicostruzione curatoriale del processo di ricerca, degli utenti coinvolti, dei materiali e dell'estensione della linea.
- Cooper Hewitt — Remembering Sam FarberProfilo istituzionale con cronologia essenziale, brief di progetto e diffusione della linea.
- Smart Design — OXO partnershipCase study dello studio progettista; fonte primaria sul metodo, sui servizi coinvolti e sugli obiettivi dichiarati.